Vivaldi

Tito Manlio

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA Tito Popoli, chi è romano e chi di Roma sostien la fede, e il divin culto adora, or ch'a Dite profonda, del mondo la regina, su gl'altari consacra ostie e profumi, giuri d'abisso ai numi aborrir de' Latini, gente ch'a noi rubella oggi si scopre, il nome ancora, e lo dimostrin l'opre. Primo io vado all'altare; voi del mio cor seguite l'opra divota, e 'l giuramento udite. A voi, del basso Averno, deità riverite, a te di tre sembianti Ecate stigia, a te, o tartareo Giove, giuro di chi è latino aborrir fino il nome. Giuro l'odio e la guerra; e sovra questa lapide ch'il mio piede sacra preme e calpesta, giuro votar del sangue dei rubelli con labbra sitibonde a voi innante colma tazza spumante. Tito giura: io son Tito, e son romano; pegno del cor che giura, ecco la mano. Decio Quanto Tito ora giurò, giura armata ogni falange. Lucio Giura ancor Lucio Latino. Servilia (Lucio ancor?) Lucio (Ch'il dio bambino per quel volto, ahi, mi piagò!) Manlio Di Flegetonte al nume porto la destra anch'io; stampo con essa, o Padre, o Roma, in questo solenne venerabile momento della tua sui vestigi il giuramento. SCENA SECONDA Tito Manlia Manlio Mio genitore. Tito Vattene, vesti l'armi, e de' nemici gli ordini osserva, il sito e le falangi; ma non pugnar, e sfuggi i cimenti e gli incontri; che questa a cavalier ch'il brando regge, del Senato e del console è la legge. Se il cor guerriero t'invita all'armi, pensa alla legge e al tuo dover. Sfuggi il cimento della battaglia, né ti lusinghi vano piacer. SCENA TERZA Servilia Ah, Manlio. Manlio Mia Servilia. Servilia Lasciami, traditor: se ai numi inferni l'odio contro a' Latini qui giurasti, rubelle dell'amor mio, della mia fiamma antica, tua sposa io più non son, ma tua nemica. Manlio Dolce mio ben, perdona: la patria, il genitore, il Senato, la legge guidar la mano, il piede, e di romano il debito e la fede. Servilia E la mia fede, o ingrato? E l'amor mio? Manlio E la tua fé d'amante? E l'affetto di moglie? Ah Servilia, tu allor che ricusasti d'esser romana, all'imeneo maturo spezzasti le catene, ammorzasti le faci, e non giurando sul venerato altare mi togliesti baciar que' lumi ardenti. Servilia (Oh mie tiranne stelle!) Manlio e Servilia Oh giuramenti! Servilia Dunque a me più non sei né marito, né amante; m'odi come nemica; Servilia più non ami. Addio. Manlio Così tu parti? Servilia Dà legge al partir mio la patria e Tito. Manlio Addio, Servilia. Servilia Addio. Senza Manlio ch'adoro, che mai farò? Manlio Che mai farò senza Servilia? Manlio e Servilia Astri inclementi! Servilia Manlio. Manlio Servilia. Servilia (Oh stelle!) Manlio e Servilia Oh giuramenti! Manlio (Ma di beltà nemica ancor m'arresto ai pianti?) Servilia, io parto: Servilia Ed io? Manlio Tu qui rimanti. Servilia No: teco vengo. Manlio Dove? Servilia Fra i Latini. Manlio Tu meco venir ora non dei. Servilia Perché? Manlio Nemica sei. Servilia Vanne, perfido, va': cerca fra l'armi Geminio, il mio germano, sfoga l'odio romano dentro al suo petto; irriga del sangue suo la verde piaggia aprica; ed in quel cor latino svena il cor di Servilia a te nemica. Manlio Ch'io dia morte al cor mio? Vita del core, odio non entra, ove ha la sede Amore. SCENA QUARTA Servilia Oh Dio! sento nel petto con moti vari, veementi e strani già palpitarmi il cor; che mai del cielo nel volume stellato scrisse di me, scrisse di Manlio il fato? Liquore ingrato beve il fanciullo qualor del vetro sia l'orlo asperso di grato odor. Così il mio core nel duol che preme beve l'amaro, ma pronta speme in suo riparo tempra e conforta il mio dolor. SCENA QUINTA Lucio Sì, per Vitellia io lascio anche il nome latino. Io vado, ed al mio fianco stimoli aggiunge Amore, e con dolce speranza alletta questo core. Vado tutti a narrarle i miei tormenti, contento se potrò ridurla almeno ad udir senza sdegno, i miei lamenti. Alla caccia d'un bell'adorato tendo l'arco del vezzo e del pianto. Che se rendo quel sen infiammato del mio cor, del mio amor sarà vanto. SCENA SESTA Lindo E ch'a Geminio in campo io l'arrechi? Vitellia Nel campo all'idol mio. Lindo Che gli dirò? Vitellia Che sono qui fra l'angosce acerbe in periglio di vita, e solo aspetto da lui soccorso, aita. Lindo Prendo la via più corta e più spedita. Vitellia Lindo. Lindo Son qui. Vitellia Ciò che risponde attendi. Lindo Bene. Vitellia Lindo. Lindo Ecco Lindo. Vitellia Di' che se tarda un punto io morirò. Lindo Fido gli narrerò, ma del tuo rischio s'ei la cagion mi chiede? Vitellia Saprà dal foglio: va'. Lindo Do l'ali al piede; ma, signora. Vitellia Che vuoi? Lindo Che - di buon servo perdona allo zelo - che sperar tu puoi da un amante nemico? E Geminio latino. Vitellia Vuol ch'adori Geminio il mio destino. Lindo Amor senza speranza è una follia. Vitellia E non amar chi l'ama non può quest'alma mia. Lindo Eh, di sì vano amore lascia la rimembranza; giura l'odio a' Latini, esci di pene. Vitellia Lindo, troppo tenaci son del cor le catene. Lindo Ma se taci il periglio... Vitellia Vanne: aita ricerco e non consiglio. Lindo Sorger preveggo insolito bisbiglio, SCENA SETTIMA Vitellia O Silenzio del mio labbro, tu nascondi il foco mio, e m'insegni a non parlar. Crucci e morte io soffrirò, busto esangue spirerò, pria che il foco palesar. Tito Parla, tenta e minaccia. Lucio E vorrai ch'il silenzio alle tue luci porti, o illustre Vitellia, nembi d'occaso? Arruota per te crudo ministro la tagliente bipenne: il foco e 'l tosco già ti s'appressa, e viene sanguinaria e tiranna a te la morte. Vitellia Venga: questo è il tenor della mia sorte. Lucio Morir tu vuoi? Vitellia Contenta. Lucio Negl'anni più felici? E quando appena nell'Oriente il sol degl'occhi tuoi i nostri dì rischiara? Vitellia Morte bramata in ogni etade è cara. Lucio Ma non è da romana e da chi è figlia del console, di Tito, di non degne memorie lasciar oscuro il nome e la sua fama. Vitellia Ma da Lucio non è né da latino del gran Settimio prole seguir la fé contraria a' propri fati. Lucio (È sol vostro il delitto, occhi adorati.) Il reo pensi alla propria, non alla colpa altrui. Vitellia, del tuo sangue fumerà il suolo intriso; il delicato viso lorderà polve immonda; e l'alma, ch'il meglio della vita, ahi, seco porta, senza loco raminga d'intorno a Roma errar dovrà. Vitellia Che importa? Lucio (Oh Dio, così ostinata mi dà in braccio di morte.) Dunque ciò che ti sforza a divenir latina dir ancor nieghi? Vitellia Dissi. Lucio A dir ti resta. Vitellia Io di più non dirò di quel ch'ho detto, tu di più non saprai. Lucio E vuoi tacer? Vitellia Non parlerò giammai. Tito Perfida: a tuo dispetto or lo dirai. Questa ferrea pesante, rugginosa catena all'alme ree di ribellata fede è principio di pena. Sentila. E ancor leggera per la tua colpa. Lucio, prendila; e se più tace, alle sue piante fa' che sia posta; per le vie di Roma strascinata con essa dalla plebe indiscreta ed oltraggiosa nuda il virgineo sen, nuda la fronte, sì, la figlia Vitellia abbia fra poco i vilipendi e l'onte. Vitellia (Geminio, e tu non vieni!) Tito Orribile lo scempio nel sangue si vedrà. E all'altrui cor d'esempio la strage servirà. SCENA OTTAVA Vitellia Volerò a Tito, il padre; dirò che per destino di Geminio m'accesi e non potea giurar contro l'amante odio nemico. Dirò che del mio sguardo, e non dirò menzogna, pende il guerrier latino; e che in virtù dell'amorosa face io meditava un giorno dar vantaggio alla patria e amica pace. Di verde ulivo cinta la chioma, al Padre, a Roma figlia diletta, cara sarò. E fin che vivo dirò al mio bene quante gran pene ei mi costò. SCENA NONA Geminio Bramo stragi, e son trafitto dallo stral d'un occhio nero. E d'un crin son prigioniero, quando in seno è il core invitto. Nemico, allor ch'io mi partii da Roma, Vitellia, ti lasciai nell'aurea chioma l'anima incatenata. SCENA DECIMA Lindo Signor. Geminio Lindo. Lindo T'invia Vitellia questo foglio. Geminio Vitellia! Lindo Addolorata. Geminio Cara Vitellia! «Geminio, amato ben; giurar non volli contro di te, contro de' tuoi nel tempio l'odio, la guerra: Tito, il genitore la cagion mi ricerca; e, perché taccio, mi prepara a momenti di Falaride i tori, di Mezenzio i tormenti.» (Barbaro Tito!) «Vieni rapido: salva me, salva te stesso per man d'Amor dentro al mio core impresso». Lindo Udisti? Geminio Sì; di quei rai dolenti argine sarò al pianto. Andiamo. Lindo Andiam. Geminio Già m'accingo all'impresa, e al suol di Roma per sembiante divino porto veloce il pie. No: son latino. Lindo E se latino sei, fatti romano. Geminio E romano sarò, quando in Senato fra i consoli un latino entri con titol pari ed ugual grado. Lindo. Lindo Geminio. Geminio Sai quanto Vitellia adoro. Lindo Spasimi, e non hai pace. Geminio Ma il torto che il Senato fa alle latine genti negando il consolato occupa di Geminio tutti i sensi e i pensieri; e il Lazio appoggia, perché Roma sia posta in ferreo laccio, la vendetta del torto a questo braccio. Lindo (Vitellia, sei spedita.) Geminio Ciò narra alla mia vita; e le dirai ch'è fatto mio l'universale impegno, e mancando sarei delle mie fasce e di Vitellia indegno. Lindo L'abbraccerai dell'Erebo nel regno. L'intendo, e non l'intendo, mi par, e non mi par: vi trovo un certo imbroglio di morte e di cordoglio, d'amori e di penar. Fatti li conti col mio cervello, trovo bel bello ch'a tutti i patti siete ben matti, voi altri amanti. Voi siete pronti cercar la morte quando la sorte non vi contenta; ma poi si stenta dir da dovero, ch'in voi la voglia, quando s'imbroglia, cangia il pensiero d'esser galanti. SCENA UNDICESIMA Geminio (Qual di pochi Romani armata schiera or viene a me?) Romani: in che offendeste i Numi? E qual delitto pochi dai nostri molti ad incontrar la morte ora vi guida? Manlio (Costui com'è superbo e minaccioso.) Geminio Dove i Consoli sono? Dove il guerriero esercito e feroce? Manlio Pronto all'uopo verrà, se verrà uopo. Geminio O tu, che solo parli e vanti armato tutta aver de' Romani la forza nel tuo braccio, Ercole invitto; qui vieni meco a singoiar cimento; e di noi dall'evento veggasi se miglior su l'egual piano, è di ferro latin brando romano. Manlio (Del comando del padre e del Senato ricordati, alma mia.) Geminio Schivo alla pugna? Manlio La pugna io non ricuso; altro impegno la vieta. Geminio Chi la vieta? Timore oppur viltade? Manlio Non teme de' Romani l'animo ardito e fiero; né conosce viltà Manlio guerriero. Geminio (Manlio è questi? Fratello di Vitellia?) Qui Roma a che ti manda? Manlio Tu di cercar tant'oltre autorità non tieni: a domanda importuna, io non rispondo. Geminio Oh, quel prode tu sei, che della fama coll'opre del tuo brando stanca le trombe d'oro. Manlio Qual io mi sia, non sfuggo dai cimenti: per incontrarli ho petto: per sostenerli ho core: e conta, e vede mal suo prò, cor latino, le prove del mio ferro. Geminio Geminio ancor le vegga: snuda l'acciaro. Manlio (Oh patria, oh padre, oh legge!) Geminio Guerrier d'onore alla disfida è pronto. Manlio Pronto è il cor, pronto il braccio; ma perché miglior tempo attender deggio, alto campion latino, l'onor di pugnar teco io mi riserbo. Geminio Io vo' ch'ora tu vada di quest'onor superbo. Manlio (In quali angustie sono!) Tempo rimane all'animo guerriero. Geminio Tu non sei cavaliere. Manlio (Ah! puntura sì acerba porta al brando la mano.) Eccomi. SCENA DODICESIMA Servilia Fermatevi: Geminio, Manlio, sposo, germano. Geminio Servilia, t'allontana. Servilia Ah, pria ch'al seno dell'amato consorte tu immerga il ferro, tingi nel mio, ch'è pur suo sangue, la forte destra. Manlio, e tu contro il fratello fiero t'avventi? È questa la fé ch'a me tu desti? Manlio Ad impugnar l'acciaro ei stimolò la mano. Geminio Ma l'ardimento suo... Servilia Più non attizzi l'ira, l'odio nemico. Manlio Io lo giurai contro ai Latini. Geminio Ed io Giuro la morte... Servilia No: fermate. (Oh Dio!) Manlio, per quell'amore che figlio è de' tuoi lumi; e per quel foco, che, se pur anco vive, uscì da questi ad infiammarti il core, lascia, lascia il furore. Ma, qui tratti, o Geminio, o gran germano, la ragion delle piaghe, e (oh dèi!), Vitellia, Vitellia, che tu adori, e che non volle contro de' tuoi nel tempio giurar l'odio e le stragi, sta per cader in braccio de' tormenti; spettacolo funesto. Geminio e Manlio Oh giuramenti! Servilia Vadan l'armi sotterra, e d'Imeneo la duplicata face sia caduceo di pace. Manlio Per Servilia il cor mio ricomponga bel nodo il cieco dio. Geminio Servilia, di Vitellia al caso estremo la contesa rinunzio, e ai suoi bei lumi tutta dono l'offesa e la vendetta. Vattene a Tito, e di' che della figlia, se tra lampade sacre stringo la bianca mano, consolati non cerco, e son romano. Servilia Oh, contenta alma mia! Manlio Mio cor felice! Servilia Rapida volo a Tito. Sposo, tu vieni? Manlio No, qui mi trattiene chi dà legge al mio pie. Servilia Manlio, parti mio bene. Manlio Servilia, resta mio bene. Servilia Parto, ma lascio l'alma in pegno di mia fé. Tornerò con bella pace, che quell'occhio sì vivace Cinosura è del mio pie. SCENA TREDICESIMA Geminio Che feci mai! Per femmina romana rubello di me stesso son fellone a' Latini! Ah, se trascuro il debito, se manco all'impegno, alla fede, appo Vitellia ancora io perdo infin di cavaliere il nome. Manlio (Oh bellissima imago, oh lumi di zaffiro, oh bionde chiome!) Geminio Guerriero, a te. Manlio Geminio, Servilia a Tito in Roma, a Vitellia in pace, e di sponsali si porta messaggiera. Geminio Spargo d'oblio le nozze; lascio Vitellia; e ad adempir m'accingo l'obbligo di latino. Manlio Manchi a quanto dicesti. Geminio Di cavaliere l'opre ho in uso d'osservar; queste, o codardo, perché tu non conosci, ora non fai. Manlio Ed io, perché ho nel petto alma di cavaliere, questi affronti non soffro. chi la guerra desia, la guerra s'abbia. Ch'entro nella battaglia provocato, saprà Servilia, il padre ed il Senato. Sia con pace, o Roma augusta, s'io non servo alle tue leggi ch'a pugnar mi chiama onor. Di tue leggi sei ben giusta, ma il latin co' suoi dispregi troppo oltraggia il mio valor.

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA Tito Dunque l'occulta e grave reità del suo cor dirà la figlia? Lucio Per confessarla, tosto a te verrà prostrata. Tito E tu mi narri ch'Amor con le sue faci l'anima in sen ti accese? Lucio Amor bendato, per gloria delle piaghe e degl'incendi, m'accese e mi ferì co' suoi begl'occhi. Tito Dunque, sol perché amante segui la fé romana? Lucio No, gran Tito: il tuo merto prima all'altar del nume portò il mio cor divoto; la beltà poscia di Vitellia e il seno insinuar per le sue nozze il voto. Tito Dal nodo io non dissento; ma il genio ch'a' Latini mostra Vitellia, l'accoppiarsi vieta a chi a Roma è nemica; e se ben dice colei ciò che finora niegò di palesar, quand'ella viva ruberia della patria, lacerata per via giusto è che mora. Lucio Non ti lusinghi la crudeltade contro d'un core che devi amar. E per la figlia mostra pietade, se questo petto vuoi consolar. SCENA SECONDA Vitellia Padre, a te solo io palesar intendo gl'arcani del mio cor. Tito Lucio, Servilia, tu non partisti? Servilia Torno qui da' Latini, e vengo nunzia d'amica pace. Tito Narra. Lucio e Vitellia (Che mai sarà?) Servilia Se di Vitellia Geminio, che pur sente per la vergine illustre lo stral d'amor, Geminio, il mio germano, stringe la man di sposa, consolati non cerca, ed è romano. Lucio (Non mi tradir, fortuna.) Vitellia (In sì gran punto opra, o possente Amor!) Tito Al fine un cieco al tuo fratello aperse della ragione i lumi. Lucio. Lucio Che oprar degg'io? Tito Sia di Geminio sposa Vitellia. Lucio E al mio rivale... Tito A Roma ch'in questo dì è tua patria, non a Servilia, il nodo e il merto dell'amor ceder conviene. Lucio (Ahi, crudo fato!) Servilia e Vitellia Abbraccerò il mio bene. Tito Servilia. Servilia Eroe del Tebro. Tito Riedi a Geminio: reca dell'imeneo la fede. E fra i romani consoli se ammesso non è un latin, dirai ch'in queste braccia di pacifica fronda egli cinta la chioma, avrà il cor del Senato, anzi di Roma. Vitellia Gran cognata! Servilia Vitellia! Vitellia D'improvviso riede il riso sul tuo labbro a balenar; teco io godo perché il nodo torna l'alma a incatenar. Servilia Sul tuo labbro di cinabro dolce riso brillerà; al tuo seno m'incateno: schiava son di tua beltà. SCENA TERZA Decio Manlio, di Tito il figlio ora qui viene. Tito Servilia impaziente di abbracciar la Consorte, l'invia Geminio: ei più soffrir non puote del tuo piè le dimore, Servilia Eccolo. (Pur godrò l'idolo mio) Vitellia (Stringerò tosto il caro nume anch'io) Lucio (Io son fuor di speranza, oh cieco dio.) Tito Figlio: le nozze di Vitellia, e quanto dir il german le impose, Servilia mi narrò; giusto è ben che t'abbracci: e tu ch'affretti col tuo ridente arrivo d'un sì bel giorno il lucido sereno, Manlio, vieni al mio seno. Manlio Gran genitor, da quel che tu mi credi, a te qui assai diverso or mi appresento. Tito Non vieni da' Latini? Manlio Vengo dal campo. Servilia E i sensi di Geminio non rechi? Vitellia E non arrivi ragguagliator di pace che di doppio Imeneo fra' lacci è involta? Manlio O Vitellia, o Servilia, o Padre: ascolta. Co' cavalier del Tebro nel campo de' Latini dell'usbergo squamoso il sen vestito, portai veloce il pie; fu con Geminio il primo incontro; questi con vilipendi e scherni mi sfidò all'armi, ingiurioso e fiero. Io, che son cavaliero, l'armi vibro e l'uccido; che pugnai provocato saprà Servilia, il padre ed il Senato. Servilia e Vitellia (Morto è Geminio!) Manlio Quelle spoglie sono del vinto di cui l'onte sfuggir non potei. Vitellia Manlio crudele. Servilia Oh dèi! Lucio (A sperar io ritorno, oh affetti miei.) Tito (Dell'ucciso Geminio al vivo sangue cade Vitellia esangue?) Nei lor soggiorni l'una e l'altra si porte. Lucio (Seguirò la mia vita in braccio a morte.) Manlio (Ahi, destin: la mia vita è in braccio a morte.) SCENA QUARTA Tito È questa, Manlio, è questa del Senato la legge? Il comando di Tito? Manlio Con ingiurie più volte e con gli scherni Provocommi colui. Tito Tu nemmen provocato stringer dovevi il ferro, né del Sangue Latin bagnar l'arena; ma dell'error ben pagherai la pena. Manlio Signor, sfuggii la pugna; e ben diranlo i cavalier del Tebro. Tito Ma Geminio uccidesti. Manlio Chiamò codardo e vile Manlio, di Tito figlio. Tito Che sempre è vil quando la Patria il chiede, né pecca di viltà con alma rea il cittadin, risponder si dovea. Manlio Disse Geminio altiero ch'io non son cavaliere. Tito Tu che facesti allor? Manlio Mia spada ignuda gli chiuse il labbro, e il fé mentir tacendo. Tito Colpa nuova aggiungesti al tuo delitto. Manlio E colpa esser invitto? Ah, se alla patria la gloria accrebbi, se atterrò un sol brando tutto il campo latino nel valor di Geminio, e se novelle diedi le palme al Tebro, dei gloriosi acquisti perché perdo l'allor? Tito Non ubbidisti. SCENA QUINTA Manlio E attender io dovea che le onorate viscere mi passasse d'insolente nemico il ferro ignudo? Dovea, dunque, dovea con la macchia di vile e di codardo tornar a Roma? Oh Dio, che se il dolore ha per me di Servilia il cor trafitto, è questo il mio delitto. Se non v'aprite al dì, begl'occhi del mio sol, più dì non v'è. Brune pupille amate, vostr'ombre idolatrate ombre saran d'occaso alla mia fé. SCENA SESTA Lindo No: fermati, signora. Vitellia Ove sepolto giace l'amato nume, Lindo, lascia ch'io vada; e fuor dell'urna trarrò il cener amato. Lindo Che farai poscia? Vitellia Stillerovvi in seno tutto il mio core in pianti; e i nostri cori unirà quell'amor ch'il mio dissolve, l'uno in pianto converso, e l'altro in polve. Grida quel sangue vendetta ancora. Forz'è che mora quel traditor. E fin ch'esangue sia l'omicida, sento che grida se tardo ancor! SCENA SETTIMA Servilia Vitellia, dove? Vitellia A trucidar colui che barbaro, inumano, a me uccise l'amante, a te il germano. Servilia (O Manlio traditor!) Lindo (Manlio infelice!) Vitellia Tu pur l'ultrice destra arma d'acciar pungente. Lindo E a te fratello, e a te consorte! Vitellia Andiamo alle ferite. Servilia (Oh Dio! Manlio, benché omicida, è l'idol mio.) Vitellia Servilia, tu ancor pensi a colui traditore! Servilia (Per lui favella in sul mio labbro amore.) Vitellia Dell'ucciso Geminio chiama il sangue vendetta. Servilia E un voto di Servilia anche l'affretta. Vitellia Dunque alle stragi. Servilia Aspetta. Vitellia Più non indugio. Servilia Andiamo. Lindo No. Vitellia Ha il caro ben svenato. Servilia L'uccise provocato. Vitellia Ah, Servilia: tu rendi l'uccisor innocente e reo l'ucciso. Tu in difesa converti la reità di scellerato core. Servilia Per lui favella in su 'l mio labbro amore. Lindo Povero Manlio, quanto compatisco il deplorabil tuo misero stato; che l'esser strapazzato da una femmina sola è gran tormento, ma da due, chi soffrir può un tal spavento? Rabbia che accendasi in cor di femmina peggio è del tossico che là nell'Erebo, crudo e pestifero, per man de diavoli sempre lavorasi per gente flebile. Dardo non scagliasi veloce e rapido, fiamma non sforzasi ratta ad ascendere, vento non gonfiasi su l'onde mobili, quanto la collera, pronta ad offendere, nel sesso debile. SCENA OTTAVA Manlio Ah, Lucio. Lucio Alto campione. Manlio Vedi: queste son catene. Lucio (Egli è Manlio!) Manlio Ah, che giurando l'odio contro a Latini tu mal facesti; io feci peggio di te, che lo giurai, romano. Decio Chi adora il divin culto, confederati ha i numi. Lucio E chi di Roma pugna sotto i vessilli, ha certe le vittorie. Manlio Sì, sì; va', di lorica armati il fianco, e fra i cimenti vibra l'acuto brando; e in petto quante io ne mostro (e queste, oh Tito, oh Roma, son pur ferite), porta di valor onorate aperte piaghe: che del valor in premio e della fede avrai pesante, dura una catena e una prigione oscura. Lucio Come? Signore! Decio! Le palme son catene? Decio Non ubbidì alla legge del Senato e di Tito. Manlio Stimolo d'onor m'astrinse a trapassar il petto del superbo Geminio con quell'acciar che le falangi abbatto: se ubbidivo alla legge, della patria era danno, di Manlio era misfatto. Lucio Oh valor sfortunato! Manlio Ma, se tal del valore è il guiderdone, se il trionfo è demerto e si condanna, odio Tito, la patria, odio i suoi numi. Estinto, se non vivo, se non in corpo in ombra, co' Latini in battaglia a Roma ingrata ed al Senato ingiusto, cinto d'aspidi il crine, porterò stragi e spargerò mine. Vedrà Roma e vedrà il Campidoglio dall'alto suo soglio quai grandi sfortune il fato le adune nell'aspra mia sorte. Parleran mie ferite a' Romani, e i lidi più strani udran con orrore cangiarsi il valor  in scure ed in morte. SCENA NONA Lucio Ingrata Roma, e più di Roma ingrato Lucio, se non fai scudo al cavalier ch'il tuo rivale uccise! Combatta un gentil cor la legge ed il rigor, quando nel trionfar virtù prevale. Da forte mai sarà mostrarsi con viltà, non pronto a contrastar con forza eguale. SCENA DECIMA Tito Già da forte catena cinta ha Manlio le piante; or di sua morte scriva la man di Tito la sentenza fatal: giust'è che mora. Chi trascura il comando della patria è fellon della patria. Legge non ubbidita non è più legge; e il cittadin che a quella non ubbidisce attento e non l'osserva sedizioso vuole sulla patria il comando e la fa serva, Io con occhio di padre Manlio più non rimiro; mi benda i lumi il suo delitto, e sola la pena ch'egli merta è mia pupilla, Par che di far le note la man sul foglio aperto abbia perduto l'uso. Scrivi, o mia destra; e mosso sia dalla colpa il giudice. Non posso. Tito, non puoi? Non posso castigare i delitti? Un senso contumace a tanto arriva? Mora il reo della patria, E Tito scriva. Il castigo è da giudice, egli è vero, ma la pietà è da padre. Manlio non è mio figlio: errò fellone. Scritte col di lui sangue di giudice e di padre al Tebro in riva leggansi le giust'opre, e Tito scriva. SCENA UNDICESIMA Decio Primo del gran romuleo soglio cardine sempre fermo, invittissimo Atlante: io qui per nome delle romane schiere chieggo, se degno dell'uffizio sono, di Manlio il figlio a te la vita in dono. Tito Manlio di colpa è reo: non ubbidì al Senato; non eseguì del console il comando, e dee morir. Decio L'invitto ardir, il sangue che del desio di bella gloria è ardente e quel valor che nacque da te che 'l generasti incolpa e accusa. Manlio svenò in Geminio il maggior capo dell'Idra a noi rubella; onde il suo fallo meno diviene, e l'omicidio è impresa. Tito Meno la fellonia chiamasi ancora? Manlio è reo della patria, e vuo' che mora. Decio È tuo figlio, o Signor! Tito Dalla memoria di padre questa pena or lo cancella. Decio Non san senza il suo braccio pugnar le schiere; e naufraga la speme de' romani trionfi. Nel pianto dell'esercito, che tutto prega al tuo pie prostrato e grazia chiede al genitor sdegnato. Tito Va': rapporta che l'aquile romane arman più d'un artiglio; né di famoso allor cinti la chioma mancan figli guerrieri al Tebro, a Roma. Decio L'ultime lor libere voci ascolta: o a Manlio dona vita, o... Tito Chi dà legge a Roma? Chi è il console? Chi regge? Son io del roman popolo in quest'ora padre, e giudice sono; e il figlio mora. Decio No, che non morirà in tante pene; al comun bene troppo disdice resti infelice un vincitor. Manlio sì, sì, vivrà, che dura legge Roma corregge, e quando un forte vince la sorte, cinto è d'allor. SCENA DODICESIMA Tito Forte cor, non ti scuota o prego o pianto. Vitellia Mio gran padre. Tito (Vitellia pe 'l fratello qui porta ancor le preci.) Vitellia Amai Geminio, e vicendevol fiamma l'anime nostre ardea: col vincolo di pace seco unirmi consorte concertai con Amor e con la sorte. La macchina struggeva il giuramento e l'industrie d'Amor givano al vento. Manlio Geminio uccise; tolse a Roma la pace, e a me lo sposo. Tito Legga, e vegga in quel terribile Foglio orribile La sua morte a folgorar. SCENA TREDICESIMA Lucio Vanne perfida, va': scempio del tuo furore Manlio non caderà: dall'ombre cieche porterò a' rai del giorno l'alto campion romano; che sua Parca omicida io tengo in mano. Fra le procelle del mar turbato lo sconsolato il porto avrà. E all'alme belle, ricche d'onore, suo gran valore legge sarà.

ATTO TERZO

SCENA PRIMA Manlio Sonno, se pur sei sonno e non orrore, spargi d'ombra funesta il ciglio mio. Servilia Deposta Amor la benda chiusi ha i begl'occhi al sonno. Ma uniti in questi orrori sonno e catene, oh Dio. come andar ponno? La catena, che troppo è grave pondo al piede, infin penosi rende li suoi riposi. Vanne o Servilia, e la solleva alquanto. Tu dormi in tante pene, e qui per tormentarti vegliano le catene. Dormite, o luci vaghe, sfere del foco mio, delizie di mie piaghe, o amato bene. Manlio Servilia: tu qui resti, e quel tormento che non mi dà l'annunzio del mio morir vicino, or tu mi dai. Va' con Lucio. Servilia Sì, vado: ora che veggo che per fuggirmi corri incontro alla bipenne, e per far onta all'amorose faci, pria che baciar la sposa, al carnefice reo tu porti i baci, Manlio All'affetto d'amante... Servilia, tu non parti? Servilia Io movo il piede. Manlio All'affetto di moglie. Servilia Come... Manlio Ancor qui! Servilia M'affretto. Manlio Virtù d'eroe... T'intendo. Servilia Vedimi. Manlio Restar tu vuoi, lo veggo e il so, qui per più tormentarmi; io partirò. Servilia Non mi vuoi con te, o crudele, e pur sono a te fedele, e pur teco io vuo' morir. Manlio Se ben parton gl'occhi miei, tu negl'occhi ognora sei, e mi dai pena e martir. Servilia Non mi vuoi con te, o crudele, e pur sono a te fedele. Manlio Di te amante ancor fedele. Servilia E pur teco io vuò morir. Manlio Io sarò nel mio morir. SCENA SECONDA Tito No, che non vedrà Roma su queste luci il pianto: son tutto crudeltà. Già la pietade è doma, e nel mio core intanto ricetto più non ha. SCENA TERZA Manlio Padre, Tito, Signor, a queste labbra, pria che porgan le preci, baciar tua invitta destra ora permetti. Tito Chi dee baciar la faccia della morte, del giudice la mano baciar non è più degno. Servilia (Che implacabile cor!) Lucio (Che fiero sdegno!) Manlio Bacerò in essa il folgore, o almen l'orme del folgore che scrisse. Bacerò di giustizia le sante leggi, e bacerò... Tito Non posso mirar più di quel volto... O temerario cor, la man baciasti? E da me non concesso il don rubasti? Servilia (Cielo, porgigli aita.) Tito (Infido bacio con vigor penetrante dalla man per le vene al cor sei giunto. E introduci pietà dov'è il rigore.) Servilia Manlio. Manlio Servilia. Manlio e Servilia Oh amore. Tito Troppo ardito roman: sei reo di colpa. Manlio Il tuo comando trascurai. Tito La legge del Senato offendesti. Manlio La giusta legge offesi. Tito E Geminio uccidesti. Manlio Geminio uccisi. Tito Gravi rendono queste accuse i tuoi delitti. Manlio Giudicate da te son le mie colpe. Tito Le conobbe il Senato, le giudicò la legge: ella prescrisse la morte che leggesti; e Tito scrisse. Manlio Piego pria ch'alla scure il capo a te; precede il mio duol la bipenne, il duol che mi trafigge, e dalle labbra l'alma nel suo partir ti bacia il piede. Tito Levati. Lucio Io moro. Tito (Intenerito io sono, e quasi viene il pianto a queste luci.) Figlio: l'amor di padre io desto in seno; ma perché non oblio quel della legge, e perché andar impuni non denno i gravi errori, se ti niegai la mano, queste braccia ti do. Vattene, e mori. SCENA QUARTA Servilia Ingrato Manlio, ascolta. Perché a un altro m'abbracci, a me t'involi? Manlio Tito sia tuo consorte: Abbraccia il tuo destin; io vado a morte. Servilia Manlio, oh Dio, tu mi lasci? Manlio Ti lascio, ed a te lascio la fé d'amante pria, poscia di sposo. La supplica ti lascio di conceder perdono a chi il fratel t'uccise, e all'onorata cagion per cui l'uccise. Lascio la pace al cor, e in fin ti lascio l'ultima mia preghiera: d'amar Tito, la legge, la volontà degl'astri, e la tua sorte, Roma, la mia costanza, e la mia morte. Ti lascerei gl'affetti miei, ma questi meco portar io vo'. Colassù fra gl'alti dèi pudico amante t'adorerò. SCENA QUINTA Servilia O tu, che per Alcide, la notte prolungasti: per me, deh, questa ancora prolunga sì che più non venga aurora né il sol, dalle cui luci spuntar a gli occhi miei l'alba si scorge, abbia l'occaso allor che l'altro sorge. Sempre copra notte oscura la più pura luce al giorno, né già mai faccia ritorno nuovo sol e nuova aurora. Senza moto e mormorio resti il vento immoto e l'onda, al mio pianto sol risponda pietosa eco infin ch'io mora. SCENA SESTA Lindo Servilia viene. Vitellia Al fine, o Servilia... Servilia Vitellia. Vitellia Di Manlio irreparabile la strage. Servilia Ingiusto guiderdone alla virtude. Vitellia Sembianza ha di virtù, ma è fasto vano Di cor superbo e altero. Servilia Sempre degno è d'allor valor guerriero. Lindo Ecco Manlio: vedetelo. Vitellia Pur viene. SCENA SETTIMA Manlio (È qui Servilia?) Bella, vado dove si vieta più ritornar colà donde si parte. Negli amori, negli odi perdona se t'offesi; sol m'è grave il morir, perché m'è tolto celebrar con la spada tuo merto illustre, e far più grande il nome. Servilia (Morir mi sento.) Lucio (Io dall'acerbo duolo sento passarmi il cor.) Manlio Vitellia: parto. Più non avrai negl'occhi, chi ti svenò l'amante. Perdono a te non chieggo, poiché allor che l'uccisi, ignoto era il tuo foco; io noi sapea, Né con te di sua morte ho l'alma rea. Vitellia Va pur alla bipenne, barbaro dispietato. (Mio Geminio svenato!) Manlio Servilia, de' tuoi sguardi Manlio degno non è? Nulla mi dici? Servilia O mio sol che tramonta, Manlio, degno campion de' sette colli, specchio d'onor e di valor esempio, Manlio, va' in pace, va' de' tuoi trionfi a goder fra le stelle la gloria degli eroi; va', ch'ai tuo crine son preparate in Cielo le stellate corone: e a te serbato fu dal primo infra gli dèi (non posso più). Lucio Guidatelo, o littori. Servilia Ahi, tanta fretta? Manlio Vengo. Lucio, con questo bacio, che di mie labbra è a te il secondo, pregoti contro Roma non portar l'armi de' Latini: lascia la cara patria in pace: e tu la pace rendile ch'io le tolsi quando Geminio, provocato, uccisi. Lucio Signor, con l'alma mia, che teco viene, teco porta la fede che dà questa mia destra alla tua destra. Manlio Un solo amplesso almeno. Servilia Manlio, t'abbraccio. Lucio (E di Vitellia in petto, il core non si spezza?) Manlio Dal labbro di Vitellia queste grazie non chiedo: elle sarieno offese. Vitellia E più m'offendi con tua dimora: va'. Manlio Senza baciarti vado, cruda Vitellia, dove per la mia morte ardori le faci. Vitellia No, Manlio, ferma: ecco gli amplessi e i baci. Lucio Ciel! Manlio Vitellia! Vitellia Fratello! Manlio Lasciami. Vitellia Teco io venir voglio. Servilia Anch'io. Manlio No, fermatevi: il vanto di morir per la patria, e allor ch'io moro, lasciar di nuovi allori coronata sua fronte, a me si ascriva. Vitellia No. Servilia No. Manlio Restate. Popolo Viva Manlio: viva! Manlio Quai popoli! Servilia e Vitellia Quai voci! SCENA OTTAVA Decio Viva il Marte del Tebro: itene voi, nostro è Manlio guerrier; non più di Roma di lauro vincitor degna è sua chioma. Manlio Dopo sì rei disastri torna la calma al sen. SCENA ULTIMA Tito Non morì Manlio? Vilipeso in Roma è il comando del console? Di Tito? Decio Questi non più di Roma, non più di Tito figlio, d'empio Cloto sottratto al ferro indegno, e del romano Marte, sua conquistata deità guerriera: il vegga Tito, e veggalo il Senato. Il fil de' nostri brandi raggruppò di sua vita oggi lo stame; che non si dee, gran Tito, a chi merta l'allor la scura infame. Tito (Tito, che vedi?) Manlio Quanto il sogno mi diede al fin posseggo. Lucio Signor, fa' che ritrosa Vitellia a me s'annodi, e alla tua destra do l'armi de' Latini ed il comando. Del caduceo disponi tu e del brando. Vitellia Spontanea ecco la destra. La pace abbia la patria, e con l'ulivo... Decio ... e con l'allor di Manlio... Servilia e Decio ... oggi si scriva: «Viva l'eroe del Campidoglio!». Tutti «Viva!». Coro Sparì già dal petto la tema e 'l dolore. La gioia e 'l diletto già scherza sul core.

FIRST ACT

SCENE ONE Tito Peoples, those who are Roman and those from Rome, support the faith, and adore the divine worship, now that to Dis in the depths, of the world, the queen, on the altars consecrates hosts and incende, you swear from the abyss to the gods to abhor the Latins, a people who today rebel against us show again their true name, and demonstrate their ways. First I go to the altar; you of my heart follow the devote work, and hear the oath. To you, of the low Avernus, revered deity, to you of three forms, stygian Hecate, to you, oh Tartarean Jupiter, I swear to all who are Latin I abhor even your name. I swear hatred, war, and on this stone that my sacred foot presses and tramples, I swear to vote for the blood of the rebels with thirsty lips before you a full cup of spumante. Tito swears: I am Tito, and I am a Roman; I pledge of the heart that I swear that here is the hand. Decius What Tito now swore, every armed phalanx swears. Lucius Lucius Latinus still swears. Servilia (Lucius again?) Lucius (The child god, alas, wounded me by that face!) Manlio I too take my right hand from Phlegethon to the god; I print with it, O Father, O Rome, in this solemn venerable moment of your oath on the vestiges. SECOND SCENE Tito Manlia Manlio My parent. Tito Go, put on your weapons, and observe the orders of the enemies, the position and the phalanxes; but do not fight, and avoid trials and encounters; that this is the law for the knight who holds the brand, of the Senate and of the consul. If the bellicose heart invites you to arms, think of the law and your duty. Neither enter the test of battle, nor become deceived by vain pleasure. SCENE THREE Servilia Ah, Manlio. Manlio Mia Servilia. Servilia Leave me, traitor: if you swore hatred against the Latins to the infernal gods, here you swore, rogues of my love, of my ancient flame, I am no longer your bride, but your enemy. Manlio My sweet love, forgive: the country, the parent, the Senate, the law guide the hand, the foot, and of Roman debt and faith. Servilia And my faith, you ungrateful one? And my love? Manlio And your lover's faith? And the affection of a wife? Ah Servilia, when you refused to be Roman, you broke the chains of my mature hymeen, you softened the jaws, and by not swearing on the venerated altar, you took away from me kissing those burning lights. Servilia (Oh my tyrannical stars!) Manlio and Servilia Oh oaths! Servilia So you are no longer either husband or lover to me; you hate me as an enemy; You no longer love Servilia. Goodbye. Manlio So you're leaving? Servilia Gives the law to my departure, my homeland and Tito. Manlio Goodbye, Servilia. Goodbye Servilia Goodbye. Without Manlio whom I adore, what will I ever do? Manlio What will I ever do without Servilia? Manlio and Servilia Inclement stars! Servilia Manlio. Manlio Servilia. Servilia (Oh stars!) Manlio and Servilia Oh oaths! Manlio (But do I still stop crying as an enemy of beauty?) Servilia, I'm leaving: Servilia And me? Manlio You stay here. Servilia No: I come with you. Manlio Where? Servilia Among the Latins. Manlio You must come with me now. Servilia Why? Manlio You are an enemy. Servilia Go, perfidious one, go: search for Geminio, my brother, in arms, dispel the Roman hatred inside his chest; irrigate the green sunny slopes with his blood; and in that Latin heart bleeds dry the heart of Servilia, your enemy. Manlio That I give death to my heart? Life of my heart, hate does not enter, where love has its seat. SCENE FOUR QUINTA Lucio Oh God! I feel in my breast with motions various, vehement and strange already throbbing in my heart; that ever of heaven in the starry volume wrote of me, wrote of Manlius the fate? Ungrateful liquor the child drinks whenever of the glass is the rim sprinkled of grateful odor. Thus my heart in the grief that presses drinks the bitter, but ready speme in its shelter tempers and comforts my sorrow. A noble heart fights The law and authoritarianism When in the triumph Virtue prevails. Strength will never be Shown through cowardice, Not being ready to fight With equal force. SCENE ELEVEN